
Autore: Ortensio Zecchino
Testata: L’Osservatore Romano
IL RACCONTO DELL’AMICIZIA TRA DON LUIGI STURZO E BENEDETTO CROCE, UN SACERDOTE E UN FILOSOFO ACCOMUNATI DALLA DIFESA DELLA LIBERTÀ E DELLA LAICITÀ POLITICA, NONOSTANTE LE LORO DIVERGENZE IDEOLOGICHE. UNA “STORIA SOFFERTA IN COMUNE” NEL CONTESTO DELL’ITALIA POST-BELLICA, CHE CONTINUA ANCHE A DISTANZA
Nella mattinata della seconda giornata di lavori dedicati al rientro in Italia di don Luigi Sturzo, il 24 ottobre scorso, il professor Ortensio Zecchino ha presentato una relazione sui rapporti tra il sacerdote calatino e il filosofo Benedetto Croce, che L’Osservatore Romano ha anticipato in parte nell’edizione del giorno di apertura del convegno. L’articolo esplora il complesso rapporto tra don Luigi Sturzo e Benedetto Croce, evidenziando i valori di libertà e laicità che li accomunarono. Nonostante le differenze ideologiche — Croce liberale e Sturzo sacerdote — i due condivisero una profonda preoccupazione per la difesa della libertà contro ogni totalitarismo, come testimonia una lettera di Sturzo del 1945 al suo conterraneo Mario Scelba, divenuto stratto collaboratore di Alcide De Gasperi a Roma. Durante l’Assemblea Costituente, Croce elogia Sturzo, ricordando il suo contributo alla laicità e alla libertà politica, valori che, per il filosofo abruzzese, rappresentavano un’ispirazione per tutti, inclusi i socialisti. Sturzo, per parte sua, aperto alle esperienze democratiche anglosassoni e degli Stati Uniti, durante il suo esilio nel periodo fascista, resterá critico verso il confessionalismo della nascente Democrazia Cristiana, con cui non si identificò pienamente. Al rientro in Italia nel 1946, Sturzo rimase emarginato dalla Dc, nonostante il rispetto di Croce. In numerosi incontri e scambi epistolari peró, i due continueranno a riflettere sull’importanza di una concezione religiosa della libertà e del rispetto democratico, temi che consideravano fondamentali per la rinascita dell’Italia post-bellica. Zecchino conclude con l’ultima lettera di Croce a Sturzo, che diverrà il simbolo di una “storia sofferta in comune”.
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Quanta storia sofferta in comune (l’Osservatore Romano)